In seguito a un rilevamento sonar al largo dell’Isola di Pianosa, dal catamarano Daedalus, appositamente attrezzato, veniva mandato in esplorazione il ROV abissale portatile MultiPluto.
Il contatto portò al ritrovamento di un relitto, a 640 m di profondità, di grande valore archeologico: il sito era intatto, privo di danneggiamenti da parte del passaggio di reti a strascico e la posizione dei materiali inquadrati dal MultiPluto sembrava, sostanzialmente, molto simile a quella che avrebbero assunto immediatamente dopo il naufragio.
La singolarità di questa scoperta però non si esaurì nell’ottimo stato di conservazione: il carico di questa nave era infatti costituito per circa metà da anfore Dressel 1e, per l’altra metà, da una grande quantità di tegole e coppi, disposti in file regolari.
Dopo accurati studi, gli archeologi hanno escluso che questo particolare carico fosse semplice zavorra per appesantire la nave, poiché le tegole e i coppi occupano molto dello spazio disponibile e non sono disposti nella parte centrale della stiva.
Il relitto conferma l’importanza del commercio di laterizi già a partire dal I secolo a.C. e si inserisce probabilmente nella rotta che collegava Roma alle Bocche di Rodano e che coinvolgeva anche i porti dell’Etruria. L’intero carico di laterizi, probabilmente, era destinato alla costruzione di qualche edificio, forse una villa patrizia.