Relitto Romano di Acitrezza 2016
Copyright Soprintendenza del Mare
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ships-and-guns1.jpgPerché un convegno sulle artiglierie navali e perché a Venezia?

 L’idea di organizzare un convegno sulle artiglierie navali è venuta principalmente dalla mancanza assoluta di un’occasione di incontro e confronto tra specialisti, sia di formazione storica sia di formazione archeologica, di questo settore. Se possiamo individuare nel Journal of the Ordnance Society una rivista specializzata dove è possibile pubblicare i risultati scientifici dello studio delle artiglierie e nell’International Journal of Nautical Archaeology una rivista, dedicata all’archeologia marittima, aperta ad accogliere ricerche su artiglierie provenienti da relitti di navi, non siamo invece in grado di menzionare occasioni di incontro fisico e di discussione tra gli studiosi di artiglierie.

In questa occasione, inoltre, si sono voluti mettere in contatto gli specialisti del settore, perlopiù di formazione storica, e gli archeologi marittimi che nelle artiglierie si sono imbattuti o più meno per caso o per approfondimenti di studio o per esigenze di tutela. È ora infatti che si crei un rapporto di collaborazione tra specialisti e archeologi marittimi anche per evitare di cadere nei soliti luoghi comuni che hanno portato, solo per fare un esempio, all’interpretazione dei resti di un relitto con cannoni, quello di Filicudi esposto al museo di Lipari, come una nave spagnola seicentesca quando in realtà le bocche da fuoco sono di fabbricazione veneziana cinquecentesca.

Il settore inoltre è privo anche di un testo di riferimento che, riunendo contributi dei maggiori specialisti, offra uno strumento aggiornato e completo ai non addetti ai lavori. Fa eccezione solo il volumetto, di non ampia circolazione, Guns from the Sea, numero speciale dell’IJNA, che raccoglie gli atti dell’incontro tenutosi a Londra nel 1986. Gli atti, esito di queste due giornate di incontro, che saranno editi da un editore internazionale, dovrebbero quindi sopperire a questa lacuna.  
In Italia, ma diremmo anche più in generale in quasi tutto il Mediterraneo, lo studio delle artiglierie è condotto da ricercatori non incardinati in istituzioni di ricerca, dove la materia è del tutto ignorata, e in qualche caso è purtroppo intrapreso da dilettanti non propriamente all’altezza.

Nello specifico caso della situazione italiana va anche detto che i pochi studiosi preparati su questa materia stanno analizzando prevalentemente il comparto geografico a loro vicino: si ha quindi una copertura sufficiente per quanto riguarda le Repubbliche di Venezia e di Genova, una copertura parzialmente adeguata per il Vicereame spagnolo di Sicilia ed invece una copertura appena agli inizi per il Ducato di Toscana. Rimangono ancora del tutto da indagare gli altri due stati preunitari con interessi marittimi e flotte da guerra, rappresentati dallo Stato Pontificio e dal Regno di Napoli. Sarebbe quindi auspicabile che forze nuove, soprattutto dotate della passione e dell’energia proprie delle giovani generazioni, iniziassero a colmare queste lacune con l’aiuto degli specialisti già affermati.

Inoltre, è auspicabile che in Italia come altrove, si instaurai una visione d’insieme che comprenda tutte le produzioni europee. Si è visto ad esempio che gli studiosi del Nord Europa si sono trovati in qualche difficoltà quando hanno avuto a che fare con artiglierie di produzione mediterranea, soprattutto quando si è trattato di affrontare bocche da fuoco commerciali non immediatamente riconoscibili per provenienza e con differenti unità di misura.

Un piccolo esempio di queste difficoltà è dato dalla disomogeneità tra le libbre da 12 once utilizzate in Italia, che valgono mediamente sui 330 grammi, e quelle da 16 once diffuse in Inghilterra, in Francia, nei Paesi germanici e baltici e in Spagna, che spaziano dai 400 ai 490 grammi. Quando poi non si è assistito a veri e propri svarioni per la confusione tra il Quintal castigliano (Kg 46) e il Cantaro di Sicilia (Kg 79) che ha fatto definire come Sagro un Mezzo Cannone. D’altro canto i cannoni di ferro colato di fabbricazione inglese, francese, olandese e svedese, che compaiono numerosi nei relitti dei nostri mari, sfuggono al controllo degli specialisti mediterranei che poco li conoscono e che sono naturalmente più a loro agio con le produzioni in bronzo che, salvo poche eccezioni, connotarono la penisola dal XVI al XVIII secolo.

I numerosi ritrovamenti di bocche da fuoco, verificatisi anche negli ultimi anni, stanno portando questa categoria di manufatti all’attenzione degli archeologi che si occupano di archeologia marittima: manufatti che, è bene ricordarlo, rappresentano una sorta di fossile guida per il riconoscimento dei relitti di età moderna sia per la loro visibilità sia per la loro bassissima deteriorabilità. Ma è evidente che il ruolo di semplice marker dei relitti moderni mortificherebbe questa categoria di oggetti che meritano invece di essere studiati in maniera analitica legandoli ovviamente al contesto di rinvenimento.

Se da un lato gli specialisti di artiglierie possono fornire un grosso aiuto all’interpretazione dei contesti costituiti da relitti navali, dall’altro il materiale messo a disposizione dall’archeologia marittima sta fornendo informazioni preziose alla conoscenza delle armi da fuoco pesanti.

In assenza di date impresse sui pezzi, i contesti di rinvenimento stanno, ad esempio, permettendo di creare delle cronologie che per alcuni tipi, come le petriere, sono ancora troppo vaghe. Inoltre le caratteristiche degli scafi permetteranno di capire con che criteri venissero impiegate le artiglierie a bordo della navi e come la presenza delle artiglierie abbia condizionato l’evoluzione tipologica e strutturale delle navi. Ed ancora, i rinvenimenti sottomarini stanno offrendo rarissime testimonianze di affusti che, essendo stati fabbricati principalmente in legno, possono conservarsi in buone condizioni solo in contesti sottomarini anaerobici.

Ricordiamo brevemente, dato il contesto, quali siano più in generale le potenzialità informative di questi manufatti. Se le più scontate sono quelle storico tecnologiche e balistiche, non sono da meno quelle economico-produttive, commerciali ed infine artistiche visto che, almeno i pezzi in bronzo, spesso erano fusi da veri artisti che decoravano e personalizzavano le loro opere.

A proposito del livello di informazioni che a volte il pezzo di artiglieria, in mancanza d’altro, può fornire per il riconoscimento della nave, portiamo, solo come esempio, l’individuazione del proprietario privato delle artiglierie, e quindi oseremmo dire della nave, dei due pezzi che fanno bella mostra di sé a Comiza nell’isola di Vis in Croazia. Come vedremo, le iniziali e lo stemma gentilizio hanno permesso di riconoscerne la proprietà nel famoso mercante Alvise Gritti, figlio dell’altrettanto illustre doge Andrea.

Data la sede, si è voluto dedicare questo convegno alla produzione veneziana che ha avuto indubbiamente un ruolo di primo piano almeno fino al XVII secolo. Si tratta di un aspetto della produzione artigianale ed artistica della Serenissima che pochi conoscono e che, da un lato, ha contribuito pesantemente a rendere l’armata veneta temibile agli avversari e che, dall’altro, ha costituito un prodotto tecnologico di ottima commercializzazione in quanto molto apprezzato dalle potenze straniere, non solo mediterranee.

I numerosi interventi che verranno tenuti in questo convegno su relitti e artiglierie veneziane, ben superiori alle previsioni, confermano il peso storico della produzione veneta e la quantità di dati sia archivistici sia archeologici a disposizione e fanno ben sperare per un maggiore interessamento anche istituzionale verso questa materia, perlomeno nel Veneto.

 Concludiamo questa breve presentazione del convegno con un appello rivolto principalmente alle istituzioni preposte alla tutela archeologia e artistica perché si impegnino più di quello che hanno fatto sino ad ora per la salvaguardia di questi oggetti. Troppo spesso infatti ci è capitato di vedere pezzi di artiglieria, specialmente in ferro, abbandonati al loro destino all’aperto o in scantinati umidi. È necessario infatti che questi oggetti vengano protetti e restaurati per permettere che essi vengano studiati e quindi tramandati ai posteri ma è anche necessario che si permetta la fruizione di questo patrimonio anche alla collettività esponendolo in ambienti idonei. Il problema del costo del restauro non deve essere usato, come spesso accade, come alibi per trascurare questo prezioso materiale ed è auspicabile che a livello, almeno regionale, ci si doti di attrezzature per il suo trattamento e consolidamento garantendogli tutta l’attenzione che merita.

Carlo Beltrame, Marco Morin, Renato Gianni Ridella

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