Relitto Romano di Acitrezza 2016
Copyright Soprintendenza del Mare
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La storia che si trova sotto il mare è fatta di naufragi e approdi, viaggi e incontri, commerci e conoscenze. Un racconto di uomini e imbarcazioni capaci di solcare secoli e secoli con le loro chiglie precarie e gli ormeggi di fortuna, portando con sé un carico misterioso e appassionante. Ed è particolarmente ricca di avventure e presenze molteplici quella che si trova nelle profondità marine delle isole Eolie, nascosta tra posidonie e pesci colorati: lo raccontano adesso i video realizzati dal Museo archeologico regionale eoliano Luigi Bernabò Brea e dal Cnr-Irpi reparto di cinematografia, con i fondi regionali del Por 2000-2006 e che si presenta nei giardini del Centro Studi Eoliani. Nel cofanetto, che raccoglie otto video in italiano e inglese per raccontare le Eolie tra arte e bellezze naturali, tra i titoli che propongono vari approfondimenti tematici, c' è anche un lavoro in video dedicato agli "Antichi naufragi", ovvero un excursus attraverso le profondità marine per raccontare la storia delle imbarcazioni di varia provenienza che hanno solcato le acque delle isole Eolie. Il video, dedicato allo studioso Luigi Bernabò Brea, archeologo eccezionalmente impegnato nel recupero del corpus di reperti adesso conservati nel Museo che gli è stato intitolato, vede il coordinamento scientifico di Madaleine Cavalier e Umberto Spigo; i testi sono di Assunta Sardella e Maria Grazia Vanaria, la regia è di Mario Russo e Salvatore Scarnato, produzione di Archeo Imaging. L' excursus per immagini è un lungo racconto che va dall' età del Bronzo al Seicento, e prende il via con l' inizio delle ricerche degli anni Sessanta, e i primi rinvenimenti subacquei: inizialmente una collaborazione alle individuazioni dei relitti e dei reperti avveniva tra il Museo e il diving center del Club Med che in quegli anni era a Lipari.

I primi recuperi di archeologia marina avvengono anche con la collaborazione di appassionati o per pura casualità: così accade che il giornalista Gianni Rochi scopra una imbarcazione con il suo antico carico affondata a Capo Graziano, Filicudi. Il cosiddetto "relitto Rochi" verrà poi recuperato con l' intervento, negli anni successivi, della Royal Air Force, che individua in questa occasione altri quattro relitti. Altro importante rinvenimento è quello della Secca di Capistello: l' allora soprintendente della Sicilia Orientale Luigi Bernabò Brea coinvolge per questo recupero l' Istituto Germanico di Roma. Nel 1977 è la volta della collaborazione dell' American Institute of Nordical Archeology, con il quale si sperimentano nuovissime e particolari macchine subacquee. Altre collaborazioni si hanno poi con il Centro di archeologia di Albenga di Nino Lamboglia e il gruppo fiorentino Ciabatti-Signorini; a quest' ultimo, in particolare, si deve il ritrovamento di quello che è considerato il relitto più antico di tutto il Mediterraneo, avvenuto nella baia di Pignataro, datato età del Bronzo. A Dattilo, Panarea, nel 1986 arriva anche la Oxford University per contribuire a recuperi e studi.

Nel 1993 si mette a punto un robot subacqueo telecomandato che permette l' investigazione e il monitoraggio di relitti altrimenti difficili da esplorare oppure da monitorare a distanza di tempo: così Capo Graziano rivelerà molti segreti. Ed è proprio qui che sono stati avvistati molti relitti, e il perché è presto spiegato: infatti l' isola di Filicudi rappresenta il punto più insidioso delle Eolie, con un fondale che affiora improvvisamente, arrivando a misurare a due metri. Le imbarcazioni, dunque, vedendo un riparo in prossimità dell' isola, vi si dirigevano in cerca dell' approdo, con il risultato di sfracellarsi sugli scogli affioranti. Nove i relitti individuati in questi fondali, in particolare i relitti "F" e "A": il primo, spezzato in due parti, ha regalato un carico con una cinquantina di anfore, vasetti in vernice nera e acromi datati intorno alla metà del III secolo a. C., sostegni in terracotta, realizzati sia nelle stesse Eolie - a Lipari in particolare si registrava una fiorentissima attività di realizzazione di ceramiche - altri invece provenienti dall' Italia meridionale, in particolare la Campania, con Ercolano e Pompei.

Le Eolie rappresentarono per un lungo periodo un approdo sicuro: la morfologia delle isole è variata negli anni, e le grandi spiagge sabbiose che un tempo caratterizzavano le baie ora sono notevolmente ridotte o addirittura scomparse. Così le navi provenienti da Spagna, Africa, e da tutta l' Italia si ritrovavano qui con i loro carichi di olio, vino, grano, monete, ceppi decorati con delfini, lamine in rame, coppe, lucerne, piatti da pesce, vasellame di uso comune. Dalle Eolie si esportavano capperi, pomice, ossidiana e minerali vulcanici, insieme al pesce che serviva per la preparazione del garum di cui erano ghiotti i latini. Tra i ritrovamenti con i carichi più singolari, quello rinvenuto a Punta Crapazza: nel relitto di età tardo romana si trovavano lingotti di stagno provenienti dalla Spagna, solfuro di arsenico - usato come colorante - e noccioline. A porto Pignataro, a Lipari, si trova invece una delle "aree di discarica portuale" più grandi: qui le imbarcazioni scaricavano vasellame rotto o usato: i ritrovamenti subacquei datano i reperti e frammenti fino al Rinascimento. Mentre il "relitto dei cannoni" è una imbarcazione spagnola del Seicento, affondata con il suo carico di cannoni durante la battaglia contro i francesi. Tutti i reperti recuperati dalle profondità marine delle Eolie sono adesso in esposizione alla Sezione archeologica del Museo, dove una grande stanza accoglie una suggestiva piramide realizzata con centinaia di anfore di tipo italico, alcuni dei quali ancora con sigilli e timbri. - PAOLA NICITA

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Al fine di precisare la nazionalità e la datazione dei cannoni del relitto di Filicudi-Capo Graziano, riteniamo utile riportare questo passo di una lezione tenuta presso la Soprintendenza del Mare di Palermo, nel Marzo 2007, dall’ esperto di artiglierie storiche Renato Gianni Ridella.

«Prima di entrare nello specifico, esaminando a titolo esemplificativo un certo numero di bocche da fuoco rinvenute in mare, vorrei controbattere la diffusa e facile abitudine di attribuire subito un relitto dotato di cannoni ad una nave da guerra affondata in uno scontro navale, al quale si cerca invariabilmente di agganciare un evento ben noto agevolmente riscontrabile nelle pubblicazioni storiche. Coloro che adottano questa scorciatoia dimenticano che tutte le imbarcazioni mercantili fino all’Ottocento avanzato erano equipaggiate con artiglierie e che le occasioni di naufragio erano ben più spesso originate dalle condizioni del mare che dai colpi di cannone.
Al proposito vorrei citare i tre pezzi in bronzo attualmente esposti nel Museo Archeologico di Lipari (Dia 2), provenienti dal relitto E di Filicudi-Capo Graziano. Nella relativa pubblicazione apprendiamo che ci troviamo di fronte a un vascello spagnolo affondato durante uno scontro con la flotta di Luigi XIV di Francia, intorno al 1675; inoltre il cannone più lungo viene definito un pezzo francese di preda bellica, sulla base della interpretazione dello stemma nel quale si sarebbero letti dei gigli volontariamente abrasi.
Peccato per il frettoloso esperto, che questo pezzo non sia altro che un Falconetto commerciale veneziano gettato nella seconda metà del Cinquecento; ce lo indica la sua particolare struttura e soprattutto le iniziali del suo artefice, Niccolò di Conti (1532 c.a – 1601), uno dei fonditori allora stabilmente al servizio della Repubblica, che, quando non erano impegnati in commesse pubbliche, venivano lasciati liberi di produrre pezzi anche per gli armatori privati.
Pure le altre due bocche da fuoco di Filicudi sono quasi sicuramente veneziane: si tratta infatti delle tipiche Petriere da Braga, cioè pezzi a retrocarica, montati in supporti a forcella brandeggiabili, composti da un canna in bronzo accoppiata ad una struttura posteriore di ferro, la braga appunto, destinata ad accogliere e a bloccare l’elemento mobile contenente la carica di polvere, definito mascolo. Nel nostro caso la corrosione marina ha
completamente disintegrato questa  parte in ferro, che troviamo ancora conservata in una Petriera ora nel Museo Navale di Varna in Bulgaria. Questa combinazione bronzo/ferro doveva essere stata ideata nella città lagunare, se ancora negli inventari genovesi di primo Seicento, i pezzi così costruiti
venivano definiti Smerigli Petrieri alla Veneziana.
I tre cannoni sembrerebbero quindi connotare un’imbarcazione di tale provenienza, forse della fine del XVI secolo-inizi XVII, piuttosto che un galeone spagnolo, nave che settanta anni più tardi era armata di decine di ben più ingombranti cannoni da bordata che dovrebbero aver lasciato sicuramente lasciato qualche traccia di sè».

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